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mercoledì 12 ottobre 2016

Lost in Colonnation

LOVEAT IN MISSIONE Dovevamo pur mangiare...
(o anche di come perdersi in mezzo alle cave di marmo, rischiare il crollo di nervi, ma poi ritrovare la pace interiore grazie a un etto di lardo IGP e molto altro)

“Ma stiamo andando giusti, per di qua?” chiedo ad A., fra il retorico e l’altamente dubbioso; siamo in macchina e stiamo affrontando una salita con una pendenza tale per cui fra un po’ ci troviamo direttamente in verticale, sembra di essere appena sbarcati sulla luna: ci circondano pietroni smisurati di un bianco accecante, la strada è polverosa e il cielo di un azzurro limpidissimo…

…ma io ho una fame mostruosa e in questo momento non sono molto incline ad apprezzare la poeticità del paesaggio. A. deve aver percepito una nota nevrotica, per cui si affretta a rassicurarmi che dobbiamo solo tornare indietro, prendere un’altra stradina sorprendentemente stretta, sempre in verticale, sulla destra e il pranzo dovrebbe avvicinarsi.

Eseguo e, curva dopo curva, ci troviamo in piazza Palestro, al centro di Colonnata, un gioiellino di marmo incastonato alle pendici delle Alpi Apuane, a 532 m di altitudine.
Evidentemente la giustizia cosmica, impietosita dal gorgoglio dei nostri stomaci, ci ha preso sotto la sua ala protettiva, perché si libera un parcheggio, così che finalmente possiamo partire alla ricerca di un posto in cui saziarci.
Saliamo e scendiamo un paio di rampe di scale in pietra, torniamo indietro, andiamo avanti, spulciamo le stradine e poi optiamo per “Il Lardarium”, in via Fossa Cava; non solo per il nome, ma anche perché è un posticino molto semplice, ma accogliente, fresco in quanto si mangia all’ombra di un pergolato di foglie di vite intrecciate, su una sorta di terrazzamento che si affaccia su una valletta sovrastata dall’ennesima montagna ricoperta di un tappeto di alberi verde bottiglia.


Il menù è fisso, e, per iniziare, ci propongono un bel vassoio di affettati misti e pecorino toscano; spiccano sulla coppa e sull’arista affumicata, il lardo (ovviamente), pepato, ma sempre delicato, che si scioglie sui pezzettini di pasta fritta che accompagnano l’antipasto, e la finocchiona, molto aromatica e decisa, invece. Sempre come accompagnamento ci vengono servite delle verdurine generosamente condite con olio, aceto e prezzemolo: cavolo bianco, cavolo verza, cavolo rosso, (… e mo’ so’ cavoli, come direbbe a questo punto il saggio), peperoni e zucchine per far riavere un po’ la bocca dall’arsura degli insaccati.
Occhieggiando discretamente gli altri tavoli prendiamo ispirazione per il prosieguo, ma il nostro cuore si spezza con un rumoroso “crack” quando apprendiamo che la prossima ambita preda per noi feroci esploratori enogastronomici, le lasagnette al pesto, purtroppo sono terminate.

Senza perdere la speranza, e la faccia tosta soprattutto, riusciamo a impietosire la cameriera al punto da riuscire a farci portare le ultime porzioni di quella che si rivelerà una saporitissima torta salata a base di speck, fontina e pesto.
Chiudiamo in gloria con una discreta fetta di torta al radicchio trevisano e mascarpone: nell’impasto si sente chiaramente l’amaretto, e questo è molto piacevole, in quanto si bilancia perfettamente con la dolcezza della crema che altrimenti risulterebbe un po’ stucchevole.



Il vino rosso della casa, che non è granché secondo me (anche se A. sostiene che io sia una sorta di nazi-winetaster per i gusti che ho), viene ampiamente compensato dalla dolcezza e dalla freschezza della sambuca fatta in casa che ci viene offerta con il caffè.

A questo punto non possiamo che ritenerci sazi e soddisfatti: la pace interiore ci pervade, il brusio lieve degli altri avventori ci circonda, neanche la tedesca che ha deciso di annaffiare il suo spuntino a base di lardo con una lattina di coca-cola riesce a turbarmi.

Piena di questa tranquillità, pronta finalmente ad apprezzare adeguatamente il paesaggio una volta messe a tacere le necessità biologiche, ma soprattutto particolarmente ben disposta alla riflessione filosofico-esistenziale, con una certa serietà, nonostante lo sguardo annebbiato dalla digestione, mi rivolgo ad A. e gli chiedo: “Ma, secondo te, la gente che non mangia così, come fa a essere felice?”


Eleonora Anastasio






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