Inguaribilmente Scots - Parte I

LOVEAT SCOTLANDScozia, arrivo!

"Of all the small nations of this earth, perhaps only the ancient Greeks surpass the Scots in
their contribution to mankind".
Così Sir Winston Churchill, ringraziando gli scozzesi per il contributo grande dato all'umanità, secondo solo a quello degli antichi greci. E si riferiva al Whisky, indubbiamente.

Questo racconto si svolge quasi tutto nel bicchiere (con qualche cenno a piatti tazze e tazzine soste e mangiate), è un viaggio, il mio sesto viaggio in terra di Scozia, una terra che considero, per ragioni puramente affettive irrazionali e quindi ahimé inspiegabili, la mia seconda casa. Un posto dove mi sento a mio agio e che capisco. Un po' come quando ci si innamora di qualcuno e non si sa il motivo (anche se, in realtà, di motivi per amare la Scozia ce ne sono a dozzine!), questione di chimica, si direbbe.


Sarà forse perché tutto parte da qui, perché il centro di Edinburgh è tanto bello, con questi palazzi che si addossano epoca su epoca e raccontano di una città elegante e raffinata ma mai leziosa o tautologica.
Il nostro arrivo è in un pomeriggio di settembre. Caldo, da manica corta, la prima tappa per dissetarci dal viaggio è al Pub The Queens Arms. L'interno è in toni molto caldi, libri alle pareti, bottiglie vuote appese al soffitto, bottiglie antiche a memoria sui tavoli, comodissime poltrone di velluto. Perché non approfittarne? In basso, nella foto che segue i miei compagni di viaggio, Tessa e Paolo, con aria estasiata, entrambi alla loro "prima Scozia" ed entrambi rientrati con una voglia impellente di ritornarci subito.


La serata e poi la notte nella capitale trascorrono tranquille, con qualche giro di whisky per iniziare a scaldarci e prendere le misure e una veloce cena (non degna di essere ricordata, per la verità) in un pub di Rose Street.
La mattina dopo scatta il primo "amarcord": la visita, ormai un rituale, alla Clarinda's Tea Room lungo il Royal Mile. Si tratta di un posto dotato di gran fascino, di un'anima singolare che ti avvolge appena entri. Ci sono tavolini con tovaglie di merletto, tazze fiorate come tradizione vuole, una lista pressoché infinita di tè e infusi e poi lui... il carrello dei dolci, rigorosamente, come cita il menu, home-made.


Torte al rabarbaro, alle carote, torte di mandorle senza farina, biscottini al burro e poi loro, da me amati irragionevolmente forse sopra ogni sfizietto scozzese: gli scones. In questo caso dolci (ne esiste anche la versione salata al formaggio, per esempio) e da consumare in coppia con un velo di burro leggermente salato. Inzuppabili nel tè se con movimento veloce e signorile, la scioltezza del polso in questi casi conta molto, o accompagnabili a un caffè lungo. Credo di aver bissato e provato entrambe le soluzioni.



Qui tutto è garbato, grazioso e misurato. Ma la mia Scozia è anche vizio e seduzione. Ed ecco che nel Miglio Reale si trovano negozietti di soli alcolici o che combinano diabolicamente alcol e tabacco, per lo più sigari e pipe.



Lasciata la città fra mille avventure stradali (vi sfido a riprendere possesso della guida a destra dopo anni di inattività...), ci dirigiamo sorridenti e emozionati verso l'imbarco. 
Islay, arriviamo! 


Ci aspettano quattro ore di viaggio verso Kennacraig, località dove oltre all'imbarco della Caledonian Ferry è difficile trovare altro. Ma queste lunghe ore ce le godiamo decisamente, fra lo spettacolo di specchi d'acqua (i loch) e prati, con qualche imprecazione allegra per il marciapiede che "chi lo aveva visto che eravamo così vicini", attraversando le Highlands, magnifiche nella loro essenzialità. Non altissime, ma imponenti. Come le persone che emanano carisma e autorevolezza, poco importa la loro statura.




L'allegria euforica non ci impedisce di essere prudenti: ipotizziamo pasti standard sul traghetto e l'arrivo ad un orario in cui sarà difficile trovare qualcosa da mangiare sull'isola (e qui ci sbagliavamo!). Per questo motivo a Tarbert ci fermiamo il tempo di un memorabile bacon, cheddar and mushrooms roll (panino bacon, formaggio fuso e funghi).
Buono. Sooooo good...


E poi si parte davvero: due ore di traversata con mare calmo, per fortuna, stanchi ma ansiosi di sbarcare. La mia seconda volta a Islay a distanza di quasi 10 anni, anche io non sto nella pelle. Senza contare l'adrenalina in corpo al pensiero di dover guidare (eh sì, toccava a me) fino a Port Ellen. In qualche modo si sarebbe fatto. E così è stato.


Vento, acqua salmastra, un paio di Lagavulin al volo e l'inconfutabile certezza che tanto, tanto malto ci stava aspettando su quell'isola. La bandiera nel bicchiere e il cuore in gola dalla gioia.



Sbarcati su Islay, ci dirigiamo verso Port Ellen, dove alloggeremo in un cottage nel centro della cittadina. E' già buio, ma raggiungiamo la meta in una mezzoretta circa. I padroni di casa ci accolgono e ci svelano che al The Islay Hotel è ancora possibile mangiare benché siano, udite udite, le 21.30. La mia prima cena è vergognosamente carnivora: un gigantesco hamburger con cheddar e patatine. Squisito. Tessa e Paolo si tengono leggeri (ma non temete, si rifaranno nei giorni a seguire!) con salmone marinato e verdure. 
Il posto è piacevole, frequentato da avventori locali, come in effetti tutta l'isola, sulla quale pare non esserci nessun turista o quasi. L'incontro con l'italiano caciarone di turno pare scongiurato... 



Il bancone bar dell'Hotel svela subito dove ci troviamo, con file interminabili di bottiglie di distillati, edizioni limitate, buone annate, scelta di primo livello. Nessuna scelta sulle birre, però, per le quali sono del tutto sprovvisti di prodotti artigianali: in carta solo la Tennents (comunque scozzese, quindi...).


Port Ellen è davvero piccola, tre strade, forse quattro, fa quasi tenerezza. Un tempo, e fino all'inizio degli anni '80, ha ospitato una delle distillerie più note fra gli appassionati del malto. Chiusa nel 1983 in seguito al calo di domanda del whisky, come molte delle altre "colleghe" dell'isola, resta lì, con i suoi whisky ricercatissimi dai collezionisti, un mitico monumento alla bella epoca che fu. Oggi è una delle sedi del gruppo Diageo, che seleziona, imbottiglia e distribuisce prodotti alcolici in tutto il mondo.



La mattina seguente, sotto una pioggia carogna, che per fortuna durerà solo mezza giornata, ci avviamo a Bowmore, sede della omonima distilleria di cui visitiamo però soltanto lo shop. Non abbiamo tempo per fermarci, avendo prenotato la degustazione Warehouse special experience a Bruichladdich per le ore 12.00. E di strada da macinare ne abbiamo.




Arrivati in perfetto orario, ci aggreghiamo a un gruppo davvero eterogeneo in quanto a provenienza: tedeschi, olandesi, francesi gente di Singapore e statunitensi. Il mondo in un bicchiere. 
Bruichladdich, nonostante la scritta a caratteri cubitali sulla facciata reciti "dal 1881", ha subito la stessa inesorabile sorte delle "sorelle", accusando la gravissima crisi di primi anni '80 e chiudendo una seconda volta agli inizi di questo secolo, per essere poi rilevata dal gruppo Remy Martins, che tuttora la controlla.
Sembra assurdo che un prodotto come il whisky, di assoluta qualità e ora nuovamente in auge, abbia accusato così gravi colpi solo una dozzina di anni fa, eppure questa è la storia. E dobbiamo ai grandi gruppi che hanno scommesso sulla ripresa di un prodotto realizzato in maniera tanto artigianale, se oggi possiamo assaggiare di nuovo in tutto il mondo il Whisky scozzese. Quello che a me piace tanto, quello senza la "e" (che altrimenti è whiskey irlandese).


La special experience che ci aspetta consiste nella degustazione di 5 whisky direttamente dalle botti ed è animata dal racconto, divertente e ben costruito, di un ragazzo che lavora lì da molti anni, benché giovanissimo. Il whisky viene generosamente servito sia a me che a Paolo (Tessa si è offerta per essere il driver e quindi rigorosamente è fuori dagli assaggi) e inizia una delle più intense esperienze maltiche degli ultimi anni...


Si comincia con l'assaggio del Bere Barley 2008, uno degli ultimi nati, prodotto con un tipo di orzo antico coltivato con metodo biologico sulle Orcadi. Da un'isola all'altra. Raffinato, affumicato ma senza scontrosità, decisamente una bevuta da lettura serale sul divano.
Si passa poi al Port Charlotte del 2005 per proseguire con un Bruichladdich di 25 anniAvvolgente e a tratti pungente (quando ti sei rilassato e non te lo aspetti più), questo whisky ha tanto che mi piace: la torba, innanzitutto, l'eleganza, poi. E una durata in bocca che ha dell'incredibile. 
Si tocca il cielo, però, con i due Octomore, 6.1 e 6.3. Delicatamente torbato e con leggere note floreali il primo, 58 gradi e 5 anni, di una forza dirompente il secondo. Non semplice da bere a  causa dell'alto grado alcolico (63 punto qualcosa) ma impossibile da non bersi. Torbatissimo, affumicato, miele e cioccolato appena lo assaggi, ma nel fondo una strana esplosione di frutti rossi. Il tutto, manco a dirlo, in perfetto equilibrio. 
That's a whisky, folk!


Caso mai non vi fidaste della mia parola, le facce lo testimoniano: l'allegrezza ci stava invadendo, la torba persisteva nelle bocche, l'alcol spandeva generoso il suo dolce effetto rilassante.




Il tempo di fare qualche acquisto, tra cui il gin prodotto in distilleria, The Botanist (22 erbe al suo interno e, ovviamente, l'acqua scozzese nel processo di distillazione) e qualche bottiglia da portare a casa e poi via...



Soddisfatti, molto soddisfatti. Non propriamente sobri, a dirla tutta. In cerca di qualcosa da mettere sotto i denti. E già con il pensiero alla tappa successiva. Ancora malto, ancora orzo, ancora whisky...



(a presto per la seconda puntata!)


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