San Pellegrino e la camera dei prosciutti - Alla ricerca delle vacanze perdute

FUNA IL VIAGGIATORE ROMANTICO│ Cercandoti nel piatto

Alla ricerca delle vacanze perdute, viaggio in altri cibi e altri sapori, quelli dei ricordi.

2° mese di vacanza…
…. e così, nella bocca ancora il sapore salato dei lupini nel cartoccio e negli occhi gli amici che si trascinano l’un l’altro sedere nella sabbia per fare la pista per le palline e il giro d’Italia o il tour de France con Gimondi e Bitossi, mentre il bimotore con la coda-pubblicità passa sul mare e tira regali con tutti che si buttano in mare per raccogliere qualche plastica colorata, e dalla barchetta fra cielo e mare una voce stentorea dice di andare alla Bussola, era già arrivato il momento di andare in montagna.

Giusto il tempo di tornare a casa a Lucca dove il giardino e l’orto avevano preso il sopravvento, un pranzo di farewell al mare con un fritto misto di gamberi e totani e patate fritte, tutto brunito bronzeo dall’olio semplice di allora, le patate, vere, irregolari tagliate a mano e asciugate nello straccio.
Tutto fritto in quella padella, navigata ed efficace.

Poi il viaggio verso San Pellegrino in Alpe, lo shangrilà con il santuario a 1525 mt slm, l’arrivo all’albergo-pensione ristorante Stella Alpina dei nonni. In un post di un blog con ci può stare il Mahabharata e quindi i ricordi saranno flash… mettete le scarpe da corsa alla vostra immaginazione e seguitemi.
Si entra nel bar stretto, bancone alto e qualche tavolino per giocare a carte e nell’angolo una modernissima cabina telefonica dove se ti rinchiudi tutti i rumori si attutiscono e c'è odore di plastica. A sinistra ecco la cucina, formicaio incrocio di cuochi e camerieri. La fonte di energia: la stufa economica che dava da mangiare a tutti , piena di padelle dappertutto, sopra, sotto nel forno e sotto sotto nello scaldavivande.

2 scalini e la sala del ristorante che fa rumore di apparecchiatura anche quando non ci sono commensali, tanto se non ci sono si prepara per quando ci saranno.
Ritorno al bar, dove lavorerò servendo bibite e cioccolatini, grappe e camparini, facendo caffè con la macchina a pressione insieme con mio cugino Alberto (siccome è ancora piccolo abbiamo messo una cassetta di legno e lui ci monta sopra e per tirare giù la leva della pressione ci si aggrappa)e mio zio Nico che è simpatico una cifra.
L’altro zio roberto sarà in giro a tappare i buchi dove serve, da tagliare le patate a scaricare vino e formaggio. Entrambi sono grossi e servono anche per “rasserenare” chi confonde l’alcool con le regole della briscola e il calcolo dei punti..

Là in fondo la dispensa con prosciutti e  salumi nella grande moscarola con la rete di ferro fitta fitta e l’affettatrice rossa con la ruota come il volano del Guzzi con la quale il nonno prepara i vassoi degli affettati e il fiaschetto suo proprio del nonno nascosto da qualche parte.
Fra la cucina e la dispensa la scala stretta che va alle camere ma, con un allungo di altri 3 scalini, porta alla sala dei “villeggianti” cioè gli ospiti dell’albergo che sono “a pensione”. Loro li segue la Mariarosa aiutata da mia cugina Anna, mentre nel ristorante il capo è il velocissimo nervosissimo cameriere Beppino con i basettoni anni 70 che una volta ha preso anche una volpe nel pollaio e me l’ha regalata, aiutato da Gerardo e delle figlie dell’Anna di Colmaschio.Nella sala macchine mia nonna che parla in continuazione e dice a tutti un pezzo di quello che devono fare. Ai remi e ai cannoni mia zia Gemma, mia madre,2 zie acquisite, l’Anna di Colmaschio mamma delle cameriere femmine e l’Anna di Isola Valbona con la faccia furba  e che fa una torta “squisita” (è una torta autoreferenziale) da capogiro, la Rosona buona, forte e di aiuto a tutti e un’altra cuoca  che è “lombarda” (viene dalla provincia di Modena, cioè a pochi metri, visto che il confine fra Modena e Lucca passa nella piazza) che fa bene lo gnocco fritto ed è nell’èlite delle donne che fanno a mano con nonchalance velocissimi tortellini/cappelletti anche più velocemente di quanto io non riesca a mangiarli…

Il pranzo o la cena diventano come l’inizio di uno spettacolo, gli attori noi e il pubblico a sedere ai tavoli o... chissà... viceversa… In un turbinio difficile a replicare (facendolo funzionare così a puntino) perfino per un algoritmo, tutta quella gente si muoveva senza inciampare o urtarsi, gli antipasti arrivavano prima dei primi, i secondi dopo i primi e il dulcis... in fundo.
Io portavo veloce i caffè corretti al rum 70 o grappa alla ruta e veloce mi tiravo in bocca grosse patate arrosto che campeggiano nelle teglie sulla stufa economica

Chi sarebbe tornato a casa dopo pranzo ripassava dal bar per l’ammazza caffè sì insomma qualcosa di liquido per tirare in lungo, tanto quegli occhi ormai mi guardavano acquatici e non distinguevano più il crodino dal fernet.
Lo zio Nico scherza con tutti, con omini arrabbiati rossissimi e con omoni vestiti a festa con mogli piccoline che li comandano a bacchetta su tutto fuorché sulla quantità del vino…

Chi NON tornava a casa dopo pranzo spesso restava al tavolo per giocare a carte, e verso le 17-18 diceva a mio nonno “O Ercole, ci porta qualcosina da merenda?” e via ripartono i vassoi di ferro con gli affettati; sento il ruggito tagliente della Guzzi nella dispensa e i moccoli sommessi di mio nonno, si vede che lo zio Nico ha trovato il fiaschetto nascosto e…. scherzetto! glielo ha nascosto di nuovo chissà dove!
Verso le 8 di sera i giocatori, immersi nei conti dei punti di briscola, scopa, scopone avvertono come un languorino allo stomaco-voragine e dicono alla mia nonna “O Giovanna ma se restiamo c’è ancora qualcosa?”…e la manta, che si era appena posata, riprende il volo con un piccolo sbuffo fra colpi di fischietto, sirene e ordini nei boccaporti.
Dentro questo esaltante mosaico semovente, fuori le montagne. L’aria era fina e il panorama era infinito come la vita davanti alla gioventù. Sguardi veloci di amori ancillari fugaci si rincorrevano fra i vassoi e le lenzuola di camere fresche con le piccole finestre di pietra da dove entrava prepotente la luce.

La toponomastica delle persone e delle stanze rendeva l’albergo come un gioco dell’oca o se volete di un monopoli. La camera dei cacciatori, la camera del Marchesini, la stanza del Carlino, la camera dei nonni, la camera buia, la camera lunga, la camera dei prosciutti.
Indovinate dove andavo a dormire io, con mio cugino…

In quell’aria silenziosa un gran frambusto: le foglie di granturco del materasso…
Sotto il letto, il rumore delle foglie; sopra, un soffitto alto alto, una piccola finestra lassù che apriva e chiudeva solo mio nonno e una trentina di prosciutti dentro sacchi di iuta, appesi al soffitto per stagionare.
Un profumo indimenticabile che portava sogni gustosi e faceva svegliare con l’acquolina in bocca.
Dopotutto ero vivo per miracolo, nessuno dei prosciutti mi era caduto addosso, dovevo festeggiare!
Come avrebbe potuto venir fuori un disappetente da una cura del genere? Della serie: l’appetito vien dormendo?

Anche qui in montagna, come al mare,  il tempo parlava, e dopo i giorni affollati, bastava un giorno di più e tutto si sgonfiava, la nebbia saliva come un mare, diventava freddo, alcune volte grandinava o nevicava stizzoso a fine agosto, i villeggianti partivano, sembrava che scappassero. L’estate si era rotta.
All’anno prossimo… grazie di tutto… ciao... ti scrivo… sì dai! un abbraccio, un bacio interrogativo, ma quelle gioie stavano già tramutandosi in ricordi, in foto seppiate con i bordi mangiucchiati, in echi di voci di donne che ridono e stendono i panni al sole nei prati in discesa.
Mio padre caricava la 1100 bicolore di bagagli e cose buone coperte di tele bianche, il profumo del prosciutto ci avrebbe accompagnato nel ritorno a Lucca, con la cesta accanto sul sedile di panno se chiudevo gli occhi mi sembrava di essere in camera da letto. Sarei andato volentieri a dormire anche prima di Carosello!
Ciao Zio Nico, mio maestro nel saper raccontare le barzellette, nel saper tenere il vino e il cibo, nell’amare la vita le donne e la compagnia. Gioiscano i cieli esulti la terra inneggino gli uomini e cantino gli angeli. E mille e mille bottiglie di lambrusco Cavalli si stappino da sole per piangere fuori tutte le loro bollicine. 
Che invidia per l’aldilà.. dal 10 di luglio con te ci si diverte di più. 
Di sicuro.

 …continua




Francesco Funaioli

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