Gli orti di Federico

INVIATI MOLTO SPECIALI│ #luccabiodinamica 

Lucca – Via del Casone è un nome tondo, rassicurante, che suggerisce il benestare, la costanza, lo sforzo inseguito e ripagato giornalmente.
A legare il suono delle tre sillabe, più che il semplice faticare, è il lavorare sodo nel proprio, padroni di se stessi, pensieri e gesti compresi.
Etica contadina, insomma, con tutte le certezze e ristrettezze mentali, ma non certo umane, provvista di un senso della durata e di un’idea di ciclo che, volenti o nolenti, si chiude, ricompattando storie e vocazioni.
Via del Casone sta a Saltocchio, la frazione lungo la riva del Serchio e la statale del Brennero, pochi chilometri a nord di Lucca.
Strano un paese della piana che non abbia ricevuto il nome di un santo. La vulgata dice di torri d’avvistamento, parte di un sistema di comunicazione visivo e sonoro (fuochi, bandiere e rintocchi di campana) che difendeva i domini della Repubblica di Lucca mentre l’etimologia propende per saltus nella doppia accezione di boschetto e di cascata.
Significati, forse, più ragionevoli visto l’antica maestà del fiume che in tempi non così remoti si allargava, lambiva con un braccio le mura romane di Lucca, confluiva nel lago di Bientina e da lì nell’Arno. Anse profonde, canali che durante le piene, facevano e disfacevano isole, cambiando la forma dei luoghi.
Resta la forza ruvida, toscana di un nome: Saltocchio, un occhio che salta.



Sotto il fico dottato
E di salti questo è un posto, salti geografici, salti culturali, salti d’orizzonte, salti per il gusto di saltare.
Attendo l’ortolano nel suo ufficio, un capanno protetto dalla cupola centenaria di un fico dottato. Mi ricorda – il fico dottato - una personale, miserabile, storia di confini, di buone e cattive azioni, ma qui, per fortuna, siamo al fresco e al riparo, dentro l’ordine benigno dei campi, campi coltivati secondo i principi celesti e terreni della biodinamica.
Ho conosciuto Federico tempo fa, durante la festa di San Giovanni, gran riunione di vignaioli biodinamici alla Fattoria Sardi Giustiniani che in Lucchesia sono una falange, e di ristoratori che sono a loro amici e sodali.



Sodali nell’idea di mangiare e bere solo quello che la terra, l’acqua e il sole sono capaci di offrire. Discorso bello e insieme terribilmente serio, che una volta intrapreso ti costringe a non affogare più nel relativismo che predica uno spazio per tutti, compreso chi prosciuga risorse limitate o nel prezioso edonismo dei golosi.
Federico Martinelli, nato da famiglia contadina crede a quel discorso e lo difende, piantando ortaggi che sappiano del luogo in cui nascono.
A un certo punto, sotto la luce meravigliosa di San Giovanni, del giorno più lungo dell’anno, Federico tirò fuori, piegato in due, dalla tasca posteriore dei pantaloni La Lettera ai contadini sulla povertà e la pace di Jean Giono.
«Senza la proprietà – lesse Federico - il contadino non ha più nessuna qualità contadina. Non può vivere senza proprietà è il suo primo strumento. Ripeto che non lavora per un salario; lavora per vivere direttamente del proprio lavoro, senza intermediari, ovvero senza passare dalla stato dei soldi.
«Pianta le patate, attende il tempo che occorre, raccoglie le sue patate, le sbuccia, le taglia a pezzetti, le mette nella padella dove l’olio delle sue olive o delle sue noci sta friggendo e mangia le sue patate. Il suo lavoro va direttamente dalla terra alla bocca. Per questo è normalmente attaccato alla terra come a una parte del suo corpo. È la sua proprietà. È sua. Se si modifica questo legame diretto terra-corpo, si distrugge il contadino».
E se non fosse abbastanza chiaro quale sia il messaggio umano e politico, sempre Giono precisa:
«Non si può sapere qual è il vero lavoro del contadino: se è arare, seminare , falciare oppure se è nello stesso tempo mangiare e bere alimenti freschi, fare figli e respirare liberamente, poiché tutte queste cose sono intimamente unite, e quando egli fa una cosa completa l’altra».

L’humus, solo l’humus
Ma che cos’è il rapporto diretto terra-corpo? È solo un discutibile senso del possesso o un modo per stare consapevolmente in armonia con la natura, con il suo soffio vitale?
La biodinamica elimina tutti i prodotti chimici e le lavorazioni intrusive che caratterizzano l’agricoltura moderna, a partire dalla Prima Guerra mondiale; non le sostituisce aggiungendo qualcosa di più gentile, perché sarebbe solo agricoltura biologica, ma punta a restituire vitalità al terreno, lasciando che questo ricostituisca e preservi l’humus, il vero quoziente intellettivo della terra.
Ho di nuovo osservato (come si vede nella fotografia) la differenza tra un terreno convenzionale e un terreno, tipo quello di Federico, dove non si usano fertilizzanti, anticrittogamici, insetticidi, diserbanti.
Il primo ha un colore smorto, è molto compatto, duro da rompere e avvicinandolo al naso ha un odore inconfondibile di putrefazione. Il secondo, invece, è tenero, scuro, fresco, elastico; il che vuol dire che fino ad una profondità di quaranta centimetri – in campi meno recenti può superare il metro - è ricco di humus. Trattiene cioè l’umidità, ospita miliardi di microorganismi, brulica di lombrichi e profuma leggermente di fiori.
Senza addentrarci troppo nella questione, basta ricordare che l’agricoltura dei fertilizzanti che salano il terreno, che richiedono molta acqua, aumentando proporzionalmente l’attacco dei funghi, e soprattutto che induriscono il terreno (contribuendo molto di più che asfalto e cemento alle inondazioni) nasce nella prima metà del secolo scorso allo scopo di riconvertire la produzione chimica degli esplosivi.

Nell’agricoltura biodinamica il contadino non dipende dall’industria e dai suoi prodotti di cui sono zeppi gli scaffali dei Consorzi agrari. È più libero economicamente. Si affida a dei preparati naturali, il corno letame e il corno silice, e soprattutto torna ad osservare con i propri occhi ciò che avviene alle piante.
Questo, insieme a tutte le informazioni sul microclima, sulla composizione del terreno, sul comportamento dei due astri maggiori, sulle esperienze passate, presenti, proprie e altrui, contribuisce a ricreare un rapporto simbiotico tra corpo e terra, tra mente e braccio, dimenticato o annullato dalla massificazione culturale, dalla confezione di ricette e dai processi standard di coltivazione.

Una storia personale
Il podere in via del Casone porta la data 1920, l’anno in cui il bisnonno Aquilino comprò la casa e un ettaro e mezzo di terreno, investendo i suoi risparmi di emigrante in California. Lo faceva in un posto dove fino a quel momento c’erano solo mezzadri che lavoravano sui fondi di Villa Querci.
Era e fu a lungo un podere a ciclo chiuso, con coltivi, orto e animali, in grado di soddisfare le esigenze di una famiglia. I due figli di Aquilino, Daniele, il nonno di Federico, e lo zio Beppe si divisero a metà la proprietà, seguendo strade diverse.

Daniele si dedicò agli alberi da frutto, selezionando numerose varietà di pesche, divenendo a tal punto esperto e stimato da essere chiamato “il maestro”. Lo zio, invece, scelse la floricoltura, preferendo un approccio più mite e sereno alla campagna.

«Di mio nonno – racconta Federico - che all’inizio non poteva ammettere un cambiamento radicale nelle cose della campagna, contestando a fondo il passaggio al biologico, devo aver ereditato il gusto dell’osservazione, fondamentale per capire cosa succede dentro il campo.
«Me lo ricordo, fornito di una lentino tascabile, simile a quello degli orefici, guardarsi attorno, cogliendo questo o quello, osservandolo con calma. C’è una foto storica di piazza Anfiteatro, a Lucca, che risale agli anni Sessanta. Al centro della scena, tra ceste e cassette di ortaggi, spicca Daniele con le sue barbe rosse.
«Sicuramente, nella mia scelta di voltare pagina, maturata nel 2003, c’era l’odore dei veleni che usavamo, il puzzo innaturale di quelle sostanze. Una decisione etica, provocata e accompagnata da una sgradevole sensazione fisica».


Podolinsky dixit
Deve aver avuto dei tratti epici la sfida tra il nonno maestro e il nipote, uno scontro di mentalità dove si riverberava anche l’altra frattura, quella consumata dal papà, Marco Martinelli, che aveva saltato una generazione, passando dai campi alla psichiatria, altro modo di coltivare passato e presente.
Poi, nel 2009, Federico conosce Saverio Petrilli che lo invita ad un incontro con Alex Podolinski divenuto il padre putativo di molti biodinamici lucchesi. Un australiano che con fare socratico ha forse eliminato dall’insegnamento steineriano il luccichio esoterico, aumentandone a dismisura l’aura operativa.
«Un giorno – ricorda Federico – so che Podolinsky è a Lucca e chiedo con un sms a Saverio di fargli una domanda. La domanda è come si fa a stabilire scientificamente il livello di sostanza organica di un suolo.
Invece di rispondermi attraverso Saverio, Alex mi chiama alla sette e mezza per prendere un appuntamento e qui, in mezzo ai campi, mi spiega che la scienza fa le sue analisi su una zolla essiccata, portata in laboratorio, separata dal resto del corpo.
«È potremo dire un’analisi sul morto mentre la questione essenziale rimane la salubrità, la vitalità di un terreno. Ci sono terreni ricchi, ma fermi, bloccati, che non rientrano nel vivente».


Lavoro e famiglia
Lavoro e famiglia si sono, nel caso di Federico, fusi con un certo eclettismo. In campagna, lavorano Samuele, cugino di Federico, Sharif, un agricoltore pachistano, sfuggito ai ricatti dei talebani, giunto in Italia via Arabia Saudita, Libia e Lampedusa insieme a Fatawo, un ragazzo del Ghana, e collaboratori a giorni alterni, individuati dall’Asl e accolti in casa, come Filippo e Stefano oltre al passaggio di wwoofer.
Sono molto di più di una squadra. Intanto, ai tre ettari di Saltocchio, si sono aggiunti i quattro ettari e mezzo dell’azienda agritutistica Nico a Orbicciano, sulle colline che costeggiano la Val Freddana.
Lo gestisce Elena, moglie di Federico, madre di Cloè e di Tideg, una bambina adottata, raccolta sulla porta del sindacato degli agricoltori etiopi, in un villaggio fuori Addis Abeba.
Il nome Tideg equivale a una forma di augurio. L’ultima nata, ancora una femmina, si chiama invece Anaif.
L’agriturismo ha otto posti letto e una tavola a cui prenotare il pranzo o la cena.

Pomodori al latte
Tra Saltocchio e Orbicciano la produzione di ortaggi comprende molte varietà autoctone: il fagiolino stortino, più uncinato del burrino e allevato sulle canne, lucchese come il fagiolo rosso, il cavolo nero, la cipolla rossa (che pizzica), il cardone gobbo che va sottoterra, il fagiolo a stringa, il fagiolo di Sant’Alessio e di San Ginese e il pomodoro canestrino.
Sul pomodoro bisogna sottolineare due cose. Primo, fate la prova con quelli di Federico: spaccateli a metà e noterete che non ha macchie bianche né sacche d’aria o di acqua.

La struttura compatta, pur essendo un pomodoro tendenzialmente acquoso, dipende dal terreno trattato in maniera non convenzionale.

Secondo, seguendo un identico orientamento di Saverio che, per evitare il rame, tratta le viti con latte e zolfo, anche Federico, dopo aver usato il propoli, ha iniziato a trattare i canestrini con il latte.
«Compro qui accanto il latte appena munto – spiega Federico – e ne spruzzo venti litri, diluiti in duecentocinquanta di acqua. I pomodori sono proprio una bellezza, perfetti e sani. Perché? Perché aggiungo qualcosa di molto vivo che entra in competizione con i funghi».
Storia curiosa quella del latte, degna di questi cocciuti sperimentatori. Ad occhi estranei, l’uso del latte appena munto sembra addirittura un’evocazione della mucca sacra, celeste mammella, di cui la biodinamica onora e usa il corno, emblema della luna crescente.
Gli ortaggi di Federico si possono acquistare direttamente a Saltocchio e ogni sabato nei due mercati contadini, al vecchio mercato ortofrutticolo di Marlia e al Foro Boario di Lucca, ma si possono anche incontrare sotto altre forme nei seguenti ristoranti lucchesi: Punto Officina del Gusto, Locanda Vigna Ilaria, Ristorante Giglio, Ristorante pizzeria I diavoletti.

Nicola Dal Falco

Post popolari in questo blog

Auguri da viaggiatore a viaggiatori

Dite tutti "Cheeeeeseeeee"!

Franklin '33. A Lucca si beve - Parte prima