La Sila unica (ed autentica come il suo consorzio)!

LOVEAT IN TRASFERTA│ Spizzicando la Calabria

Ci piacciono le commistioni, la creativa e bella con-fusione di culture e funzioni. E qualche giorno fa a Trieste abbiamo avuto occasione di sperimentarla in pieno.
Un luogo, lo Studio 5, che era nello scorso secolo una tipografia. Dove si stampavano, dunque, storie, esattamente (o più o meno) come questa. Nel tempo, quando l'attività ha chiuso, si è trasformato nel punto di incontro di una associazione culturale, Gli amici di Alfredo, i cui soci hanno recuperato lo spazio dando al tutto una nuova destinazione: un piccolo atelier di sartoria.

Un fascino discreto e  dal sapore antico, che si è trasmesso dalle vecchie macchine per la stampa a quelle da cucire. Ma non solo.
Procediamo nella catena delle fusioni. Trieste, dicevamo. Ti aspetti dunque di mangiar triestino. E invece no (o meglio... non solo). 
Allo Studio 5 ci ritroviamo per una degustazione di cibo e vino tipici di una regione non esattamente dietro l'angolo: la Calabria. Per esattezza parati davanti a noi i prodotti della Sila.
Complice di ciò un giovane ingegnere gestionale prestato ormai da qualche anno al vino, Vincenzo Granata, dell'Azienda vinicola Magna Graecia (Spezzano della Sila) ed artefice il Consorzio  Silautentica, che porta avanti con iniziative del genere la tutela di un patrimonio prezioso, quello enogastronomico. Mangereccio e del buon bere, ci piace dire.


E, piacevole sorpresa, la catena delle mescolanze felici non si interrompe qui. Grazie alla bravura e cortesia squisita e disponibilità di tre donne, Paola, Rita e Roberta, ospiti perfette, queste materie prime di un'Italia così distante sono state in parte rivisitate ad impreziosire o costituire piatti della tradizione triestina (tra poco vedremo come...).

Prima di iniziare, però, incuriositi, ci diamo un'occhiata più attenta intorno: libri sugli scaffali, tessuti declinati in varie forme e in vendita per chi lo volesse e il piano di sopra a cui si accede da una scala. Qui si trovano ovunque su tavoli e sedie scampoli da cucire, abiti già confezionati sulle loro grucce, in un disordine solo apparente. Su una mensola numerosi tipi di tè pronti all'uso pomeridiano: è chiaro che questo posto ha un'anima e che chi lo frequenta si sente esattamente come a casa. Ci piace. Dall'alto, inoltre, si gode la vista della sala e del tavolo... uhm...l'appetito sale.



Ma avanti tutta e senza indugio per incontrare i veri protagonisti della serata.
Si inizia con caciocavallo (due tipi differenti), pecorino e caprino, accompagnati da una delle più grandi tentazioni che l'essere umano conosca dai tempi di Adamo ed Eva: i taralli.
Da questo piatto siamo riusciti a staccarci a fatica e più volte vi abbiamo fatto con discrezione ritorno nel corso della lunga mangiata.




All'altro capo del tavolo occhieggiava per attirarci (e ha dovuto occhieggiare molto poco per convincerci) un vassoio di salumi silani: capocollo, soppressa, pancetta e lardo, salame piccante. Di che far resuscitare un morto.


Ed ecco poi uscire in sequenza le rivisitazioni: tocchettini di polenta al forno con 'nduja, riuscitissimo mix calabro-friulano (per noi decisamente il piatto della serata), l'orzotto con melanzane fritte, caciocavallo e pomodorini secchi. E ancora crostini con salse dalle quasi esotiche (per noi) piccantezze con funghi e pomodorini.



E poi la regina della serata: la patata silana, nella duplice versione al cartoccio con bruscandoli e formaggio pecorino fuso e in "tecia" con fiori di finocchietto selvatico e sardoni marinati (le acciughe! senza le quali non è quasi Trieste...)



Su tutto questo in abbinamento i vini di Vincenzo: Il Rosato Gaudio (ne berremmo a fiumi anche adesso!), il Bianco Baronè, da uve di Pecorello, e il Rosso Baronè, da uve di Guarnaccia nera.





E nel caso qualcuno fosse stato già in crisi di astinenza... tarallini dolci all'anice. Non si sa mai.


Una ex stamperia, oggi sartoria, un ritrovo di amici, che diventa luogo di interscambio fra il Friuli Venezia Giulia e la Calabria con prodotti silani, ma cucinati da mani triestine che li hanno contaminati. Insomma. C'era di che esserne felici e goderne. E così abbiamo sicuramente fatto, al motto del toscanaccio Lorenzo (e così riuniamo l'intero bel paese): "Chi vuol esser, lieto sia..."


(e se vi abbiamo fatto venire un po' di fame e un po' di sete...date un'occhiata qua! E magari fate un salto nella Sila...)

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