Trieste. O del luogo in cui si deve tornare (e non solo per mangiare)

LOVEAT A SPASSOAl confine

 


"Trieste. O del nessun luogo".
Parecchi anni fa, per studio, mi imbattei in questo libro di Jan Morris dedicato alla città di Trieste. Lo divorai avidamente, terminandolo proprio mentre per la prima volta, presa dal desiderio di visitarla, vi giungevo in treno. Era un tiepido inizio d'estate del 2001 (ma poteva essere anche il 2002, forse, poco importa) e la città mi si parò dinnanzi nella sua stranezza, direi, impressionandomi assai.
Per una napoletana trapiantata come me, le città di mare hanno un fascino grandioso. Le rive, la passeggiata a mare, la piazza che si affaccia imponente sul mare... tutto aveva un'aria familiare. Ma, a differenza di Napoli o di altre città marine, Trieste da subito è stata altro. Un senso di indescrivibile languore, una sorta di malinconia mi invase, in quel lontano giugno. La sensazione di lontananza dal resto dell'Italia mi colpì, l'apparente nostalgia triestina dell'epoca imperiale anche. Più di tutto mi restò però dentro, ripartendo dopo appena qualche giorno, una forte voglia di non andarmene. Buffo. Il viaggiatore parte sempre con il presupposto di tornarsene, eppure quella volta non fu così. Soltanto un altro posto fra quelli che ho visitato mi suscita la stessa sensazione, ed è la Scozia.
Tanti anni dopo, esattamente all'inizio di questo 2015, la mia strada è andata nuovamente ad intrecciarsi con quella di Trieste, complice il vino. Ho quindi la fortuna (anche se faticosa, date le quasi 5 ore di viaggio in auto) di aver riallacciato con questa singolare città di confine un legame, che durerà ancora qualche mese e alla cui conclusione non intendo pensare.
Rivedere lo stesso luogo con occhi tanto diversi è un'esperienza che consiglio, esattamente come rileggere un buon libro o riassaggiare un piatto che ci lasciava perplessi. Tanto più consonante o dissonante sarà la sensazione (poco importa la direzione emotiva) tanto maggiore il vostro piacere di averci riprovato.

Arrivata i primi di febbraio, con la bora che soffiava a 150 km all'ora, ho pensato di aver commesso un grosso errore: probabilmente il fascino che ricordavo era dovuto esclusivamente alla bella stagione clemente (magari alla mia bella stagione, quei 22 anni in cui tutto ti pare amabile almeno quanto la tua vita). Invece mi sbagliavo e ne sono lieta. 

Quel senso vagamente austero e scontroso, forse persino scoraggiante che connota la città (mi perdonino i triestini, ma questo è il colpo d'occhio dello straniero) è anche parte indissolubile del suo fascino. Un fascino sfuggente, difficile da definirsi. Ed alcuni tratti mi sono parsi da subito piuttosto interessanti. 
 
Ad esempio a Trieste quasi nessuno si professa triestino: chiedi indicazioni per strada e vengono tutti da fuori, da vicino, da lì accanto, convalidando la sensazione del "nessun luogo". Se qualcuno si azzarda a fornire una indicazione, questa sarà sempre vaga del tipo "vada in quella direzione" oppure "richieda più avanti". Tutti ne sono orgogliosamente cittadini, la abitano, ma nessuno ne proviene.

A Trieste si alza il vento e i triestini, quelli veri, sorridono compiaciuti, come quando ci si affeziona ad una vecchia carogna che ci è familiare e quasi la si aspetta.

A Trieste si beve il caffè come nel resto dell'Italia (solo Illy), ma ci sono così tanti tipi di caffè che nemmeno te lo sogneresti... un codice che si impara presto, ma che probabilmente per un bel pezzo si avrà pudore a rivelare ad alta voce al barista (dato che tanto capirà comunque che sei un forestiero, quindi).
"Capo", "capo in B", "nero" sono solo alcuni dei mantra cittadini che non ci si azzarda assolutamente a farsi spiegare per almeno le prime dieci volte che si sentono recitare. Al più la si tenta... sempre di caffè si tratterà!



Se si cerca da mangiare si inciampa nei buffet di tradizione mitteleuropea dove si trovano piatti di confine, che ormai faresti fatica a decidere a chi attribuire, se a noi o ai nostri vicini europei. E quindi "avanti col bollito!" e salse verdi e il rafano grattugiato come neve e le salsicce (tanti tipi differenti, neanche a dirlo) e il tipico prosciutto cotto, affettato ancora caldo e dentro la crosta di pane. Il tutto annaffiato da birra, ovvio.

 
 

A Trieste le mie amatissime acciughe si chiamano sardoni e si mangiano in saor (la ricetta la troverete agilmente sul web, ma quel che conta è che le assaggiate): sapore pungente, consistenza difficile da descriversi in sintesi, come la città stessa. Deliziose che ne mangeresti interi piatti, ma qualcosa ti dice che te ne pentiresti.


Ma i sardoni si mangiano anche impanati e fritti, in un fritto leggero che potresti chiudere gli occhi e sognare, da autentico ingordo cannibale, che siano uscite così dal fondo del mare, naturali e delicate.


E poi ci sono le acciughine sottolio, freschissime solitamente.



L'antipasto classicamente proposto (ma cosa ci può essere di classico in questo strano luogo?) prevede capesante e fasolari gratinati, esultanza del palato, con il croccante delicato del pangrattato che riequilibra i sapori marini piuttosto decisi. 

 

Un capitolo a parte lo meritano i vini locali, presenti nella carta di ristoranti e persino dei buffet. A questa rimpatriata che devo al vino devo anche la scoperta dei vini friulani: Malvasia, Sauvignon e Friulano (che gran vitigno!) e non ultima la Vitovska. Una scoperta così epica che tornata a casa, nel cuore della Toscana, continuo a cercarli e a berli, accompagnandoli alle acciughe di casa mia (quelle del barattolo sopra la libreria) o accostandoli impunemente a piatti "nostri". A seguire, per brevità e per vostro spunto personale, vedrete solo i più recenti assaggi...
 


 
 


Tra i posti sinora provati, cito solo alcuni, quelli in cui ho pensato che fosse valsa davvero la pena di trascorrere la serata: Hostaria Malcanton, Buffet da Rudy, Trattoria al sub, Ai Fiori.
Li cito in ordine di gradimento e di visita sparso e senza associarvi i piatti, che sono comunque sostanzialmente quelli che compaiono nelle foto di questo post. Lo so. Una foodblogger disciplinata e che si rispetti segnala invece accuratamente, ma prendetemi così, scapigliata e ribelle come Trieste.
 

 

 
 
Trieste pullula di bar e locali per aperitivi ed è raro da una certa ora del giorno in poi incontrare qualcuno per la strada senza un bicchiere in mano. Non vorrei darvi l'impressione che si trovino orde di ubriachi chiassosi, tutt'altro. Folle composte (e di quasi tutte le età) radunate in socievolissimi consessi, un piacere per la vista. Molto meno attenti rispetto ad altri posti a ciò che si mangia durante l'aperitivo, tanto che qualche volta devi entrare e sollecitare che ti allunghino almeno qualcosina da addentare, lo sono invece nelle preparazioni, spesso piuttosto sceniche, sempre raffinate.





 

Ho avuto il piacere di assaggiare qualche spritz (quello vero, eh), numerosi cocktail, ho trovato anche discrete selezioni di whisky e tanti, tantissimi vini friulani al bicchiere. Un giusto orgoglio regionale (che noi toscani qualche volta dimentichiamo...).
 
Tirando le somme (in attesa del prossimo soggiorno di maggio): pochi luoghi possiedono questa capacità di evocare sentimenti così contrastanti. Pochi posti riescono a lasciare parzialmente scontenti e insieme decisamente soddisfatti.
I luoghi di confine, i luoghi remoti, nella mente o nello spazio lo possono. Quei luoghi incompleti che si completano nell'immaginario di chi li abita, anche solo di passaggio.
Ripartendo, con una certa malinconia in corpo, mi chiedo cosa sarà del mio prossimo ritorno.
E me ne vado, un pochino imbronciata, ma con un abbozzo di sorriso.
Proprio come Trieste.
 

 

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