Un tuffo nell'America degli Happy Days

COME IL CACIO SUI MACCHERONIAmerican Style. O no?

Si è assistito, in questi ultimi tempi, ad una radicalizzazione della proposta culinaria in un certo tipo di ristorazione. Se da un lato si tende ad accentuare la tipicità, il richiamo alla tradizione della terra di origine, al prodotto di stagione, al fatto in casa, all’equo e solidale, al km 0, dall’altro sono stati messi a sistema dei format nuovi per la nostra realtà scimmiottando quel che accadeva negli Stati Uniti.
Una sorta di operazione amarcord.


Non intendo soffermarmi sul fiorire recentissimo di aperture di Mc Donald’s (cose già viste) o dell’arrivo di Burger King dalle nostre parti, auspice in molti casi la famiglia Lazzi, quella nota per il servizio di trasporto pubblico locale tanto per intendersi.
Sono cose già viste, possono piacere o meno ma si sono radicate negli anni passati ed aggiungono nulla di nuovo. Ammodernano l’estetica degli interni, l’estetica esterna, cambiano qualche piatto per renderlo più italiano o – almeno sulla carta – più sano, ma l’esperienza che si vive in quei posti è sempre la medesima.
Quello su cui invece voglio soffermare la mia attenzione è il fenomeno dei locali stile anni ’60 che vorrebbero richiamare, per essere sintetico e farmi capire al volo senza far pubblicità di alcun genere ad alcuna insegna, l’America degli Happy Days.

 
Alcuni vivono di luce propria, attirando una clientela per lo più composta da giovani o da famiglie con bambini, altri cercano di intercettare la clientela dei centri commerciali.
Ho avuto l’occasione di andare a cena (si fa per dire) nei mesi passati in due di queste strutture, entrambe situate fuori dalla provincia di Lucca, entrambe estranee a centri commerciali.
Una particolarmente grande, l’altra di dimensione più ridotta.
Sono strutture fatte «con lo stampino», nel senso che dai più insignificanti particolari d’arredo all’impostazione del menù siamo nell’ambito della intercambiabilità.
Visto il primo hai visto il secondo.
 
 
Musica di Elvis in sottofondo, qualche gagliardetto di squadre di basket, baseball o football alle pareti, assieme a qualche 33 giri anche questo ben visibile a muro, un format vero e proprio ripetibile ovunque.
Ma è una ricostruzione un po' freddina e meccanica di quell’atmosfera.
Alla simpatia che un locale del genere può fare a quelli della mia generazione di primo acchito, fa spazio dopo pochi minuti un critico «ma io l’avrei fatto meglio e neanche poco».
Manca il juke-box (anche non funzionante ce lo avrei visto volentieri), manca il flipper che richiama molto quel periodo, in un locale il personale ha una divisa anche verosimile, nell’altro sono vestiti in modo che ha niente a che vedere con quell’epoca.
Entrambi i locali mancano di calore ed eccedono nel colore. Non sono un punto di incontro per «collegiali» ma uno dei tanti posti dove si può andare a cena, una cena senza dubbio particolare, od organizzare compleanni. Sono plastica, non vita. Sono l’inverso geografico delle catene di pizzerie all’estero, pur perseguendone l’identica perversa logica.
Ed ora gioco l’asso di bastoni.
A mio discutibilissimo parere non è una ricostruzione coerente nemmeno da un punto di vista della logica culinaria, per quanto possa supporre provando a ragionare.
L’America degli Happy Days è un’America wasp, con qualche immigrato italiano, nel caso specifico il buon Arthur Fonzarelli. Non è l’America della campagna elettorale in inglese e in spagnolo, del tex-mex, del burrito o della salsa guacamole che trovi immancabilmente nel menù di questi locali.
Cosa c’entra il burrito con gli Happy Days?
Intendiamoci: l’operazione commerciale è birbante, ha un suo bacino d’utenza, sicuramente incontra i favori di un certo pubblico.
E’ solo che, a mio parere (in questo caso indiscutibilissimo), bastava davvero poco per farla veramente bene e rendere più credibile l’atmosfera del locale.
Poi, uscito, sei comunque a Navacchio o ad Altopascio e non a Milwaukee.
 
A.S.

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