Ritratto sentimentale dei nostri mantovani preferiti...

 RACCONTI DI FAMIGLIAPiccoli e tanto buoni

Amo il cibo e scriverne e parlarne, anche, perché credo che rechi con sé un enorme valore culturale ed affettivo, oltre all'indubbia componente di piacere (e guai a scordarcelo).
Ogni nazione, ogni città, ogni quartiere, ogni famiglia e ciascuno di noi ha un suo modo personalissimo di pensarlo, realizzarlo ed infine mangiarlo. Riti, miti, scaramanzie, trucchi,  trucchetti, segretucci, predilizioni, fissazioni, persino.
E poi i nostri luoghi del cibo. 
Questa mappa geografica mentale che si imprime nelle nostre papille gustative, passa dalla via del nostro naso, per scendere nella profondità nascosta degli antri digerenti. 
Quell'insieme di luoghi che non scorderemo per quello che vi abbiamo assaggiato o annusato o solo visto passare nel piatto del vicino di tavolo. 
Quei posti che cataloghiamo silenziosamente in noi, gelosi del primato della scoperta, o più spesso condividiamo con le persone a cui teniamo ("sai dove devi assolutamente andare?").
Quei posti che vengono passati e custoditi di generazione in generazione e che racconti con malcelato orgoglio. Ognuno ne ha.

La mia famiglia è legata, per storie di origine, viaggi, lavoro e trasferimenti ad alcuni luoghi.
Napoli, ovviamente, dove sono le nostre radici e anche, perché no, un pezzetto di cuore.
Trento, dove una parte di noi si è trasferita nell'ormai lontano '85.
Lucca, che abbiamo scelto per nostra e la cui cucina tradizionale, da forestieri per sempre, inseguiamo più che praticare. Dissentendo su qualcosa e rivisitando altro.
E poi Mantova, che merita un discorso a parte.
Mio padre e suo fratello sono cresciuti in casa, oltre che con i genitori, con la zia Anna (sorella di mia nonna). Quest'ultima, assolutamente più affettuosa e materna della buonanima nonna Luisa, per loro era ed è semplicemente Zietta.
E' lei quella paziente, quella dei vizi, la zia che ti coccola e ti riempie di leccornie, di nascosto oppure ufficialmente autorizzata.
Oggi che di anni ne ha 84, Zietta è ancora la stessa: ottima cuoca e viziatrice di professione. E ogni volta che qualcuno di noi parte per Mantova per andarla a trovare, non potrà che tornare ricolmo di leccornie. Impossibile evitare i mille cartocci che ti avrà preparato in frigo, ordinato dal macellaio o dal panificio di fiducia. Non si può provare a rifiutare: come rifiutare un atto di amore?
E nella hit parade delle golosità di lassù i primi fra tutti sono i mitici, gloriosi, diolibenedica, Agnoli.



In estrema sintesi, da affamati di notizie: una sfoglia sottile di pasta ripiena di polpa di manzo, salamelle mantovane e maiale. No. Non un tortellino come tanti (senza nulla togliere ai tanti ottimi tortellini, sia chiaro), ma una sinfonia di sapori. 
Una città racchiusa in un velo di farina...

A Mantova si mangiano condendoli con burro fuso e salvia oppure nella versione del "surbir", in un po' di brodo leggero. Cotti a puntino e saporiti come solo loro sanno esserlo...
A questo punto posso confessare. Ormai avvezzi a cotante gioie culinarie, nessuno di noi parte per il nord senza una capiente borsa frigo. Talvolta due. Ecco, l'ho detto.
E per ogni agnolo infilzato nella forchetta, il pensiero va su... su... su per centinaia di chilometri ed idealmente, a distanza, riunisce la famiglia attorno alla tavola.
Che gran cosa saper mangiare anche con il cuore!



(segue storia sentimentalgastronomica dell'infanzia mantovana di mio padre...)


Fra zanzare ed agnoli.

Siamo negli anni sessanta. Quando d'estate chiudevano le scuole, io partivo per le vacanze. Da solo. Di notte. Espresso Napoli - Milano delle 22.50, cambio alla stazione di Modena, quando era ancora buio, per proseguire il viaggio verso Mantova, a casa della sorella di mia madre. In quegli anni, mia zia abitava a Valletta Paiolo, un quartiere di periferia assediato da una campagna paludosa, limitata in lontananza da un poggio che nascondeva distese rigogliose di granturco innaffiate da getti d’acqua, che sventagliavano contro il sole i loro arcobaleni in segno di sfida. Sul poggio correva la ferrovia coi binari lucidi, tremolanti per un’afa così greve da mozzare il respiro. Nei pomeriggi d’estate le poche vie del  quartiere erano deserte e l’odore fetido della palude, solo appena turbata dal nuoto sottile e giocoso dei girini, si faceva sentire più insolente. L’aria era ferma e per me, che venivo da una città dove le giornate sembrano respirare insieme al vento che va e viene dal mare, era un'enorme fatica comprendere le ragioni di quella immobilità che somigliava alla morte più che al sonno. Di tanto in tanto un temporale improvviso rianimava la natura, mettendo scompiglio fra le buffe infiorescenze dei canneti che ondeggiavano come spighe di grano mosse dal vento. E le zanzare, mai sazie di sangue cercavano riparo sotto le foglie.  Poi tutto tornava immoto.

Fra il poggio e la palude, un filare di pioppi creava una sottile striscia d’ombra, unico riparo per chi se ne andava randagio sotto la canicola di luglio. Talvolta nell’afa del pomeriggio le foglie dei pioppi cominciavano a tremolare, creando l’illusione d’un venticello lieve, ma era solo la smania dell’aria che s’agitava inquieta per la calura. In questo quadro di disperazione estiva, l'unica grande consolazione era il profumo degli agnoli  che di domenica si spandeva per tutta la casa. E magicamente l'aria soffocante di fuori sfumava in un  ricordo lontano.

G. De Francesco 2001   


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