Emilio Bertoncini ci ha convinti che l'Orto non vuole l'uomo morto...

LOVEAT INTERVISTA PER VOI│... rende anzi più ricca la vita di chi lo coltiva

Confesso di aver sempre un po' invidiato chi è capace di usare le proprie mani per trarre dalla terra qualcosa di buono, trasformare in una maniera (che per me ha del miracoloso) la materia prima in qualche meraviglia compiuta, per di più mangiabile.
Saper "fare l'orto" e soprattutto, da brava golosona, poterne mangiare i risultati, è da tempo immemore uno dei miei sogni inconfessabili. E allora, quando socchiudo gli occhi sognante, mi pare quasi di vederli, a seconda della stagione,  peperoni, zucchine e melanzane oppure cavolo verza, cavolo cappuccio e broccoli, o ancora fagioli zucca e porri, che avanzano invitanti nel cesto che qualche vicino (ognuno di noi ha almeno un vicino "ortolano") porta sotto il braccio. Conquiste. Trofei. Delizie.

Qualche tentativo l'ho fatto, però. Provenendo da una grande città, ed essendo quindi priva oltre che di terreni degli avi anche delle conoscenze che questi ultimi ti trasmettono, ho dapprima comprato quasi di nascosto manuali dai titoli più svariati: "Il mio orto" (ma questo solo dopo aver letto "Il mio primo orto"), "Come coltivare un orto: tutti i trucchi" oppure ancora "Dieci semplici regole per coltivare un orto". 

Poi sono passata alla fase teorico-pratica del corso. Poi, non avendo ancora terreni ho chiesto disperata ad Emilio Bertoncini (il vero protagonista di questo pezzo, in realtà) come fare l'orto in cortile. Poi ho perseguitato Serena Scalici (socia di Emilio) perché mi suggerisse come fare per un cassone di legno. Infine, presa dalla fretta e dall'ansia del dilettante, ho piantato qualcosa in grandi vasi. Risultato: insalata (abbastanza per qualche giorno) e alcune zucchine piccolette e stortine. 
Scarso risultato, direte. Non credo. Nel frattempo mi sono appassionata, grazie ad alcune letture consigliati da amici, agli orti urbani nel mondo,  quelli che spuntano su tetti e balconi, a quelli che vengono coltivati da gruppi, comunità, famiglie.
Mentre accadeva tutto ciò Emilio, fatto ben più notevole,  ha pubblicato con MdS editore il suo "Orticoltura (eroica) urbana".

Ad Emilio la passione per il mondo dell'orto nasce alcuni anni fa da un percorso sugli orti scolastici di Nave, a pochi km dal centro storico di Lucca. Il libro, anni dopo, viene invece dal bisogno di dire cose non solo sull'orto ma intorno all'orto. Si tratta della seconda fatica letteraria del nostro, ma la prima a vedere la luce.



Quando lo incontro, la prima domanda che mi viene è quella sull'aggettivo "eroica". Cosa ci sarebbe di grandioso, addirittura eroico, in un gesto semplice come prodursi da mangiare? 
Mi spiega invece Emilio, e mi convince, che gli orti urbani sono qualcosa di quasi folle, se ci riflettiamo: è sensato pensare di coltivare in un luogo (spesso ma non sempre) più esposto al rischio di inquinamento rispetto alla campagna? A chi è venuta l'idea di trasferire nei centri cittadini qualcosa che nell'immaginario contemporaneo è legato alla periferia, se non alla campagna distante dalla città? Sono stati alcuni pionieri a cui dobbiamo il coraggio di aver cominciato. Un po' come chi venti anni fa andava in bicicletta rischiando la vita per le strade delle metropoli: alla loro cocciutaggine dobbiamo le piste ciclabili.

Nel libro sono contemplati e descritti esempi di orti italiani, ma non resisto a chiedere ad Emilio quale sia il suo "orto" preferito fra i tanti sparsi nel mondo. La risposta immediata è: Logroño, in Spagna, nella zona della Rioja. Si tratta di 280 piccoli orti in 3 lotti affidati in concessione ai singoli cittadini o associazioni e comitati che li gestiscono autonomamente, imparando ed insegnandosi a vicenda come fare.


Il ruolo dell'esperto, continua Emilio, in questo caso così come nelle esperienze contenute in Orticoltura Eroica Urbana, deve essere di grande flessibilità. L'esperto, il tecnico, deve capire subito che la funzione prevalente non è produrre in maniera ortodossa ed in abbondanza, ma provarci il più correttamente possibile. Perché provando insieme si diventa comunità, si rafforzano i legami che già esistono e ciascuno si rende utile secondo le proprie capacità. E tutto ciò è educativo, bello, poetico, diremmo. Ci piace.

E l'orto diventa luogo di parole, di racconti, di socializzazione. Di sperimentazione, persino. 
Un luogo dove fondere vecchi saperi, cose per sentito dire da un vicino di un vicino di casa, luogo dove ci si fonde anche, tra generazioni e culture diverse.
Il cibo ha questa sua grandiosa capacità di unire, dall'orto alla tavola.

Un'esperienza concreta che vede Emilio protagonista, e che ha mosso dentro di lui qualcosa che ha portato a questo libro, è l'Orto del Giardino della Lumaca a Pietrasanta. 
Il progetto nasce a maggio 2013 con la Scuola Primaria Pascoli Pietrasanta in uno spazio destinato ad orto in pieno centro urbano sulla scia della Pedagogia della Lumaca, che difende il diritto di bimbi e bimbe a gestire uno spazio di libertà. Siamo tutti detentori di un diritto naturale (più naturale di così non si può) alla "contadinanza". All'essere coloro che mettono le mani nella terra per cavarci fuori qualcosa. Quel qualcosa di cui tutti i giorni per tutta la nostra vita ci nutriamo.
L'orto quindi luogo di civiltà, in senso lato, e di educazione ai diritti. L'Orto del Giardino della Lumaca, poi, si anima di appuntamenti aperti a tutti, conversazioni intorno all'orto su temi ad esso legati, con la partecipazione di collaboratori di diversa estrazione professionale e naturalmente di semplici interessati.


Con Emilio la conversazione (per colpa della natura curiosa dell'intervistatrice, sia chiaro) procede in maniera simpaticamente indisciplinata finché finiamo a parlare dell'orto ideale: nel centro di una bella piazza di una città, proprio lì dove nessuno lo ha mai immaginato. Potere evocativo dell'orto.
Nell'orto ideale chiunque ha diritto a coltivare ciò che vuole, creando così una vivacità di scambio di pensieri e pratiche.
E tra le buone pratiche c'è quella di non recintare il terreno.

L'orto, poi, insegna anche la lentezza (dei gesti, delle operazioni da svolgere e che si susseguono nei mesi durante l'anno) e  la pazienza dell'attesa che è legata alla stagionalità, ai cicli della vita:

"In un mondo che corre veloce, in un mondo che fallisce di continuo la grande promessa di darci tempo libero(e felice), i cicli dell'orto restituiscono una dimensione reale (e non realistica) del tempo. Nell'era del tutto a portata di click, dei personaggi dei videogiochi che muoiono in un livello per ricomparire nel successivo, l'orto può far capire che la realtà è una cosa diversa. I cicli biologici sono lenti, la morte è un fatto irreparabile, i viventi si ammalano e può esserci una soluzione se si ha tempo a disposizione" (pag. 44)

A Emilio non piacciono, e con la sua schiettezza me lo dichiara, le forme più spinte di coltivazione urbana, quelle per il cui funzionamento occorrono nozioni tecnologiche troppo avanzate. Si tratta di orti che hanno bisogno di un know-how ben specifico e quindi, per definizione, per soli esperti.
Un no deciso anche a tutti quegli aggettivi come "sinergico" che, nati per abbellire il concetto di orto, invece lo inaridiscono e spoetizzano. 

Qualcosa che riguarda gli orti urbani (in stretta collaborazione con l'architetto Claudio Cammarata) bolle in pentola.
Ma a questo punto, proprio sul più bello, come da copione, termina il nostro breve incontro con la promessa che presto sapremo (e conoscendo i tipi, eccome se lo sapremo!) i dettagli della prossima impresa dell'agronomo, ormai profeta (ascoltato) di orti.

#occhioaqueidue




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(ma se siete ancora proprio più curiosi, entrate in libreria e compratelo!)



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