#LostInSicily 2014: Cibo di strada, strade del cibo

LOVEAT IN FERIE Mal di Sicilia

Per una food blogger golosa e curiosissima di conoscere attraverso i sapori, è un supplizio mettersi a dieta. Ma ogni tanto, soprattutto quando i cosiddetti sgarri sorpassano di gran lunga le buone e sane prassi alimentari, be', capisci che è giunto il momento di mettersi in riga. Per un po'. Certo questo momento non era la Sicilia.

Sono rientrata dalla Sicilia con "soltanto" mezzo kg in più, testimone la bilancia. Non chiedetemi come abbia fatto, dato che non lo so nemmeno io.
Ho mangiato a più non posso, ho affondato i denti in arancini, focaccette, panini da mille e una notte, involtini e parmigiane. Ho mangiato senza ritegno cibo di strada la mattina e ho goduto di ottimi ristoranti la sera. 
Per 8 lunghi giorni ho divorato da incosciente, come se non ci fosse un domani.

La mia prima Sicilia, la prima settimana di agosto, le mie uniche ferie in questa strana estate senza estate. La mia settimana di relax in compagnia di amici notevoli, abituati a girare con me e a sopportarmi (e non è poco). Amici ghiottoni, goderecci, avventurosi, pronti a sperimentare piatti e a sacrificarsi negli assaggi più audaci.
La nostra Sicilia in cui ci siamo persi: fra mare incantato, paesini di una bellezza epica e... e sì, un panorama gastronomico che tutto il mondo ci invidia.
A chiunque anticipassi: "Sarò in vacanza in Sicilia" il volto si distendeva in un sorriso goloso, lo sguardo vacillava in cerca di ricordi dolci (o salati, dipende dai gusti), la bocca si socchiudeva quasi pronta ad accogliere ancora e poi ancora le meraviglie isolane.

Ho provato a mettere in fila qualche idea per raccontarvi il nostro giro esplorativo sulle strade del cibo, ma me ne viene solo una sorta di promemoria sentimental gastronomico per immagini e parole. E con voi lo condivido.

Sicilia, bella e nobile, di contraddizioni, sporca e spettinata qua e là, pulita e deliziosamente turistica altrove. La Sicilia dolce del cannolo (quello di Maria Grammatico ad Erice, ma anche quello preparato sul momento della Locanda di Terra ad Agrigento).



La riprova della bontà suprema di questo cannolo sta tutta nel fatto che, come noterete, ho assaggiato prima di fotografare. Quando una blogger cede di fronte alla felicità irresistibile di un morso rubato allo scatto, sottraendo metà del suo modello...
Capirete inoltre l'emozione di questa esposizione dal fatto, evidente tanto quanto il morso di cui sopra, che mai si presenterebbe un menu partendo dal fondo. 
Ma tant'è. La Sicilia confonde e rapisce, non potete pretendere razionalità alcuna da questo mio racconto.

Isola di fritti audaci e tradizionali (che poi ognuno rivisita come meglio crede): che siano gli universalmente noti arancini, le panelle di farina di ceci o le crocchette di patate, dette "cazzilli" (non chiedetemi il perché), poco importa. Il risultato è il medesimo: si gode ad ogni morso. E di questo si  nutrono grandi e piccini indifferentemente. 


Alla Riserva di Vendicari, nel cammino verso la spiaggia, ho percorso un tratto di strada accanto a due ragazzi giovanissimi, sui 15 anni al massimo. Uno dei due si lamentava con l'altro dicendo che le sue prestazioni in bicicletta non miglioravano e il suo medico dava la colpa al fritto della mamma. Ma lui, sosteneva accalorato, come poteva non mangiare il fritto la domenica? Ed ecco allora ricordi partenopei di tante domeniche della mia infanzia consacrate alla frittura, di cervello impanato, mozzarella in carrozza e pane intinto nell'uovo. Ma mi accorgo che sto divagando.
La Sicilia. Terra di riflessioni profonde, di silenzi gelosi, di facce introverse, scontrose e pensierose e, di contro, di interiora esibite, condite e mangiate senza pudore. Di milza ("meusa") cotta in bella mostra e infilata in giganteschi e talvolta pittoreschi panini.



Terra semplice, nuda, noncurante, talvolta sdegnosa, dove ci si ingegna però ad arricchire il pane, a conciarlo, a fargli un make-up degno di una sposa: il pane cunzato. Amore a prima vista e primo morso, piatto povero ma da re, con il pomodoro, le acciughe, il caciocavallo ed un filo di olio buono. Superlativo. Ne ho mangiato quantità non umane, ho ardito prenderlo a colazione e merenda. Ancora il di lui pensier non m'abbandona.


Terra di mare, terra e mare che si uniscono quasi sempre a tavola. Credo di aver consumato la quantità annua di acciughe procapite di un italiano medio in 6 giorni.
Marinate, filetti sotto sale, in tortini o a condire la pasta. Quanto pesce azzurro, azzurro, azzurro, davvero tanto atanto zzurro.
E poi le sarde alla beccafico con uva passolina, che hanno avuto su di me lo stesso effetto della Sicilia: difficili lì per lì a capirsi, belle a vedersi, sì, buone e saporite, sì, ma sai, potrei anche farne a meno ora che so che gusto hanno. E poi ti tornano alla mente e al cuore avvolte in una nostalgia desiderosa e lancinante, che si prende gioco di te che ormai sei lontano e per sempre stregato e non puoi far altro che desiderare di ritrovarle, chissà come, chissà quando...


E poi lei, la regina indiscussa dell'isola: la melanzana. 
Che sorride bianca e viola, smargiassa, dai banchi di Ballarò o della Vucciria, che si concede per quasi ogni preparazione sicula, tanto che quasi ci si aspetta di trovarla nei dessert (e chissà che non...).


La melanzana nella sua forma più nobile (dopo la parmigiana, se permettete): la caponata. dolce ed acidula insieme, cipolla e cappero che la sberleffano, pomodoro che le contende il primo posto e lei, bella e sicura come solo le grandi prime donne sanno essere, forse con una punta di arroganza e sfacciataggine, che trionfa e ribadisce che la caponata è di melanzane. Punto. E tu, che non puoi far altro che darle ragione (e poi mangiarla).



#LostinSicily.
Stavolta abbiamo davvero perso la testa.


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