Di orecchiette, corsi di cucina e show cooking...

NON SARO' MAI UNA FOODBLOGGERMa intanto mi tocca cucinar...


Che effetto può fare un corso di cucina ad una persona non amante né del cibo né tanto meno dell'arte culinaria? Che effetto potrà mai farle un corso di cucina in cui cerca di imparare (invano) come fare le orecchiette? E uno show cooking in un ambiente formale e di alta classe con la creme de la creme “foodbloggeresca”?
Ecco, di tutto questo vi parlerò in questo post, ovviamente nel mio stile che è un po' così... molto poco tecnico da un punto di vista culinario, ma molto “di pancia” per quanto riguarda gli stati d'animo.
Allora, andiamo con ordine...
Che io scriva anche per Trippando non è certo un segreto. Bene, proprio per questo blog lo scorso aprile, a fine mese, sono stata sul Gargano con altri colleghi co-blogger. Ognuno di noi aveva presentato un progetto volto alla valorizzazione di un aspetto del patrimonio culturale e delle tradizioni dello Sperone d'Italia, il mio era quello che si interessava al Gargano artistico... ovviamente, c'era anche chi aveva la responsabilità della parte enogastronomica.
E poi vuoi non fare delle attività tutti insieme? E se stai in Puglia cosa c'è di più divertente che imparare a fare le orecchiette tutti insieme?




Ecco che così, un piovoso lunedì pomeriggio ci rechiamo all'Hotel Il Giardino, a Rodi Garganico, gestito dalla famiglia di un nostro caro amico, Gabriele Buo. È stata sua nonna la nostra maestra di orecchiette. Inutile dire che io avevo tentato di sottrarmi a tale supplizio, ma non ci son riuscita.
Osservare le mie colleghe perfettamente a loro agio con le mani in pasta è stata già la prima nota dolente. Poi, dal momento che ormai è riconosciuto che son negata in cucina, gli sfottò non son mancati. Ma la nostra maestra, Nonna Filomena, è stata di una gentilezza unica (anche se poi in realtà con lo sguardo me l'ha fatto capire che proprio non son portata...).
Mi hanno dato il voto: 6-, giusto per l'incoraggiamento...

Però a fine di tutto, prima della cena in cui abbiamo mangiato le orecchiette fatte da noi, mi son commossa, mi son commossa nel vedere la forza di una donna anziana che con gli strumenti di cucina pare una ragazzina, la sua sconvolgente dimestichezza tra grembiuli, dosi ad occhio sempre perfette ed indicazioni precise e puntuali ai suoi inservienti e al nipote Gabriele.
E direi che vale più quello che ogni mia incapacità di fare “le rughe” alle orecchiette con il pollice, di girarle sul dito con un gesto che per me tende alla stregoneria, tanto ne sono incapace. Non mi restava che osservarla incantata e affascinata, muta come un pesce.
La carica che mi ha lasciato questo evento semplice, questo ambiente umano e familiare, dopo 24 ore che l'accoglienza sul Gargano non era stata delle migliori, mi ha fatto sciogliere in un pianto liberatorio e in successive risate spontanee.



Diversa è la situazione di profondo disagio in cui mi trovo quando per lavoro (o perché ci vengo trascinata) assisto a show cooking di varia natura. Più il contesto è di prestigio, più il disagio aumenta perché “son da bosco e da riviera - anche da foresta se necessario – ma meno da palazzo”. Qui di seguito una serie di punti che motivano il mio disagio.
1.      Cara food blogger, che arrivi tirata che neanche ad un matrimonio, col tuo splendente tacco dodici e smartphone all'ultimo grido, dai dimmelo... in realtà è soltanto una farsa... sei venuta a scroccare cibo perché non avevi voglia di cucinare!
2.      Mi hanno sempre insegnato che “chi canta a tavola e a letto è un matto perfetto”, ma anche che il cellulare a tavola non si tiene... ora perché a 'sti benedetti show cooking (come in generale ai blog tour) non facciamo altro che stare incollati al cellulare anche a tavola? Ok, ok ce lo impone la situazione, ci hanno invitato apposta, siamo chiamati a far questo, a suonarcela e cantarcela su twitter. Ma gente c'è un mondo là fuori... un mondo che twitter non lo usa, che la mattina si alza, va a svolgere in media 8 ore di un lavoro normalissimo e che probabilmente Twitter a malapena sa cosa sia. Ah, già... ma noi siamo diversi... noi siamo social... Ok, però diamoci un contegno ugualmente, non è che perché siamo social, dobbiamo camminare a tre metri da terra e considerare tutti gli altri m***a.
3.      Cara food blogger, ma come fai ad ascoltare lo/la chef che ti spiega come si fa una ricetta, stando sempre attaccata al telefono? Sei davvero così intelligente da essere in multitasking?Dalla faccia non sembrerebbe, però così fosse, mi fido e chiedo venia... Sarò sbagliata io! No, perché io su questa cosa della cucina proprio son limitata... e anche se ascolto da un orecchio mi entra e dall'altro mi esce... Come ha detto una persona a me cara quando le ho espresso tutto il mio disagio in queste situazioni: “Almeno io mangerei... tu poco anche di quello!”
4.      Sì perché non mangerò mai serenamente in situazioni di stress psico emotivo o disagio ambientale in cui tutti son più falsi dei soldi del Monopoli! E questo non sarà che un ennesimo evento da inquadrare tra i negativi legati al cibo.
5.      C'era un tempo in cui il cibo non era necessario fotografarlo prima di mangiare. Era quel tempo in cui i rullini costavano e a nessuno sarebbe mai venuto in mente di fotografare spaghetti arricciati, o fette di prosciutto con qualche erbetta o spezia sopra. Le mie amiche co-blogger mi hanno sgridato spesso in Puglia perché prendevo il cibo dai vassoi prima che loro riuscissero a fotografarlo. Ecco, non è che forse “si stava meglio quando si stava peggio” e che forse stiamo un po' esagerando?
Però resta, e questo lo dico seriamente e uscendo dal ruolo della polemica nei confronti della farsa dei food blogger, una grande stima per chi riesce a realizzare dei piatti che sono dei veri e propri capolavori, di immagine e di gusto (se un piatto mi piace, mi piace). Ho avuto la fortuna di conoscerne diversi e di apprezzarli umanamente e professionalmente.
Non tutti gli chef sono “da mani nel muso”. Qualcuno si contraddistingue anche per umiltà, semplicità e capacità di mettere a proprio agio le persone: una tra tutte Silvia Baracchi de Il Falconiere di Cortona.

E con la speranza nel cuore di avervi strappato l'ennesima risata, mi taccio. E aspetto di essere accusata di snobbismo o di essere una che sputa nel piatto in cui mangia, dato che “be social” è ormai un motto imperante di chi - come me - lavora nel mondo della comunicazione. D'altronde non è che possono piacere tutti tutti i lati del proprio lavoro... che già son fortunata così!
 Sara Missorini

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