A Montalcino, la collinetta dell'Eden - Colleoni e i suoi vini di territorio

GIRANDO PER CANTINE In visita al Podere Sante Marie (in compagnia di Marino)


La collinetta di Montalcino è un autentico paradiso per gli amanti del vino.
Ma non è di questo luogo che vogliamo parlarvi, almeno non oggi.
Vi raccontiamo invece del nostro incontro con Marino Colleoni, lombardo trapiantato (e affatto pentito) in Toscana una ventina di anni fa. 
Frequentatore assiduo delle belle campagne senesi, una volta "liberatosi" di una precedente fase della sua vita, si è stabilito a Montalcino iniziando a produrre vino. 


Al momento porta avanti l'azienda secondo le norme del biologico, ma è orientato al pensiero del giapponese Fukuoka, secondo il quale il miglior modo di fare in agricoltura è non agire, lasciando che il motore naturale che regola la terra sia arbitro delle sorti di ciò che viene coltivato.
Le vigne non possono ovviamente essere abbandonate a sé stesse (altrimenti non di piante coltivate si tratterebbe, ma di vegetazione spontanea) e quindi Marino interpreta di conseguenza, adattandola, la teoria agro-filosofica del nipponico declinandola come segue:
  • adottando come forma di allevamento della vite il Guyot, che reputa più vicino a quella che sarebbe il naturale desiderio di crescita della pianta;
  • intervenendo il meno possibile sul terreno delle vigne, ben consapevole che alcune sono più fortunate di altre (per esposizione e composizione del suolo) e che così facendo rischia, almeno in parte, di avere risultati non costanti, diversi di anno in anno per alcuni vini;
  • una volta selezionate in vigna le uve perfette che ci regaleranno i migliori dei suoi vini (quelli rinomati che compaiono sulle guide, per intendersi), presta una attenzione molto sensibile a cosa ne sarà delle uve meno belle, che forse non daranno risultati strepitosi (o forse come diremo a breve, anche sì)


La giornata è particolarmente fredda e avevamo forse inizialmente intenzione di proseguire verso altre aziende, ma nonostante questo abbiamo trascorso con naturalezza l'intero pomeriggio insieme, dividendolo equamente fra l'osservazione incantata del panorama vitifero, splendido, e la cantina.
Marino non si è risparmiato: ha voluto, quasi preteso, che assaggiassimo da tutte le botti, le quali, al nostro passaggio attento, sembravano mettersi in mostra fiere del loro contenuto bisbigliando "Assaggia qui!".


Veniamo alla degustazione.
Il vino di Marino è assolutamente suo.
Se è vero che ogni vignaiolo trasmette quasi geneticamente alle proprie vigne delle caratteristiche peculiari della sua persona (se fosse possibile farlo scientificamente sono sicura che molti di loro lo chiederebbero), be', i vini di Marino sono a nostro parere impregnati della sua eclettica personalità, il riflesso di un uomo aperto, solare e sperimentatore. 
Non ci prendete per Sainte-Beuve: lungi da noi l'idea di strizzare l'occhio al vino dopo aver stretto la mano del vignaiolo. Ma un figlio spesso somiglia al padre, e tant'è, prendetelo come un dato di fatto.


I 3 ettari del Podere Sante Marie ci donano il Brunello di Montalcino (circa 3000 bottiglie nella annate fortunate), il Rosso di Montalcino (altrettante circa), il Doc Orcia (2000 bottiglie).
La vendemmia avviene in più fasi e il processo di vinificazione segue anch'esso un iter naturale (questa la parola d'ordine, ormai l'avrete capito).  
Al nostro ospite non interessa che il vino abbia una densità che non gli appartiene o che sia immediatamente riconoscibile come un tipico Brunello. La vera sfida, intrigante e di successo (visti i risultati) è restituire il vino al territorio, ossia tornare ad un vino che sia riconocibile perché figlio di quel luogo. Cosa sarebbe Montalcino senza il Brunello, certo, ma chiediamoci cosa sarebbe il Brunello se non fosse ilcinese, se non avesse nel dna proprio quel suolo. 
Può sembrare un concetto acquisito, ma vi garantiamo che spesso non lo è, essendo il vino un prodotto di consumo, soggetto a mode e gusti e soggettissimo spesso a un nome/denominazione che  lo marchiano a fuoco.
Per cui bevi un Brunello e prima ancora ti aspetti che...
Possiamo essere d'accordo o meno, ci pare in ogni caso un parere interessante.


Assaggiamo il primo vino, Sante Marie 2012, atto a divenire Brunello. 
Gradazione 14°, scarsissimo residuo zuccherino, sentore di goudron e olio cotto: ecco i segni che il vino è nato e cresciuto in quella vigna in discesa, che guarda ad uno dei campanili di Montalcino e, dall'altra parte, è rivolta verso la valle. Si sente che il cammino è ancora lungo, è un vino giovane, ma di carattere (possiamo solo sussurrarvi, perché nessuno ci resti male, che si tratta della vigna preferita da Marino).
Un sorso dopo l'altro raggiungiamo il Brunello 2010 Colleoni, che sta lì, riposando pigramente dato che gli è concesso fare tutto il legno che vuole (mai meno di 4 anni). Il vino ha un altro piglio, conscio di provenire da una delle migliori annate che di recente vi siano state per questo vino. La sua strada è in discesa, nessuno lo forzerà ad entrare in bottiglia, solo l'assaggio determinerà la sua esistenza.
Giungiamo fra mille domande e gentilissime risposte al Brunello 2011 Riserva, scampato al pericolo di un agosto secchissimo e di caldo feroce, che seccò le uve delle vigne più basse. Le uve superstiti stanno dando un vino che diventerà grande. Con sentore di erba secca e burroso all'assaggio, questo campione uscirà nel 2017.


Chiudiamo con uno strano soggetto. Uno di quei tipacci difficili da trattare (e anche da descrivere) che forse non vorresti incontrare, uno di quelli che ti impone di farti domande a cui non sempre ci sono risposte certe.
Si tratta di uve delle vigne con esposizione a sud ovest, raccolte nel 2011.
Partito il processo di fermentazione, subito si è capito che qualcosa non andava: troppi zuccheri (14,8°) e i batteri che tendevano a moltiplicarsi senza nemmeno chiedere il permesso.
La prima tentazione di Marino fu di liberarsene, ma poi un piccolo demone (che alcuni chiamano curiosità e che secondo noi è il demone del vignaiolo) gli suggerì di aspettare e di avere pazienza. Nel tempo il vino ha saputo ricambiare quel dono di vita e adesso, pur restando leggermente "selvatico" ed indomato, è interessante e promette ulteriori sorprese ed evoluzioni.



La nostra visita termina dentro la terra ilcinese. Sì, avete capito bene, dentro la terra.
Il fascino del luogo è ribadito, infatti, nel caso servisse aggiungere fascino al bello e buono che abbiamo finora visto ed assaggiato, da una singolarità geologica: durante i lavori di ristrutturazione della cantina, è stato trovato un camino aperto. Si tratta di una grossa fessura formata da strisce di terreno ciottoloso di origine alluvionale cui si sovrappongono strati argillosi; come conseguenza il camino non si riempie e resta un contatto diretto con la profondità della terra.
Con i saluti una solenne promessa, quasi un compito per casa, quella di assaggiare a bottiglie fasciate l'annata 2009 di Brunello e di Rosso. E poi provare spiegarci il perché della scelta.
Attendiamo con ansia che arrivi il momento giusto per farlo, magari, chissà, dopo la pubblicazione di queste righe.

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