Non sarò mai una food blogger

CIBO TU MI DISTRUGGI Punti di vista

Ringraziamo Sara che, ottima scrittrice e cara amica, ci regala la sua idea sul cibo e la scrittura intorno al cibo.
Con una bella ironia, che è il sale del mondo.

Tutto è cominciato un sabato mattina di settembre, in un bar del centro storico di Lucca di fronte due tazzine di caffè:
Amelia: “Sara, mi piacerebbe che tu scrivessi qualcosa per Loveat...”
Io (immaginate uno sguardo a punto interrogativo): “Amelia, ma su Loveat scrivete di cibo... io scrivo di cultura, eventi e viaggi... potrei mai scrivere di cibo, io? Lo sai che se mi chiedono preferisci il pollo o il tacchino, non so che dire perché non riconosco la differenza...”
Amelia: “Non è vero, su Trippando in qualche modo hai anche scritto di cibo. Scrivi qualcosa di ironico, parla del tuo rapporto tragicomico col cibo... è stimolante avere anche punti di vista diversi, non convenzionali.”

Ho tirato giù il caffè tutto in un sorso e ho raccolto la sfida.


Quindi eccomi qua, con questo guest post che non so ancora se sarà realmente ironico, ma sicuramente sarà sincero. Amelia è un'amica, è stata una collega in un ambiente che a me chiudeva letteralmente lo stomaco dal nervoso e faceva saltare almeno un pasto sano al giorno, riducendomi ad una larva dall'umore cupo, mentre a lei dava lo stimolo per inventarsi piatti colorati, creativi e sicuramente anche gustosi, ma ammetto che detto da chi non sa riconoscere un pollo da un tacchino, è ben poca cosa...

Sono schizzinosa e mangio, prima ancora che con la bocca, con gli occhi e con il naso; ergo, se qualcosa è brutto da vedersi o non ha un buon odore per me non conta che sapore abbia, non lo mangerò mai. Va detto, inoltre, che c'è a chi piace mangiare e chi a mangiare fa fatica; io rientro nella seconda categoria; c'è a chi piace cucinare e chi si è ormai convinto che può (o vuole) farsi soltanto un piatto di spaghetti in bianco, soprattutto se non deve cucinare per altri. Ma non credo sia soltanto colpa della mia indole. Non sono pigra, fuorché in cucina.

Forse la colpa è della famiglia matriarcale che mi ritrovo da parte di mia madre, famiglia di cacciatori, in cui anche nei giorni lavorativi è d'obbligo un secondo o due, con due contorni o tre. E io che - come disse una lontana conoscenza dei primi tempi lavorativi - per risparmiar tempo accorcio le parole e non respiro, che cosa avrei potuto vedere in tutto ciò se non un enorme spreco? Di alimenti e di tempo. Il tour de force a tavola proprio non lo comprendo... intendiamoci, se ho fame, mangio. Ma non eccedo quasi mai, tanto so che cosa dovrei patire qualora dovessi eccedere.

Ho uno stomaco piccolo, poco capiente, mi basta mangiare l'indispensabile per vivere, quasi tutto lessato o cotto a vapore, anche perché come esagero ecco che spunta una colite o un attacco dissenterico acuto che mi riporta sotto i 50 kg e dopo deve seguire un sano svezzamento di almeno 7 giorni a suon di carotine, patatite e zucchine con pollo (o tacchino) lessi. Eh già, perché oltretutto c'è anche questo simpatico problema: nei momenti di euforia o sotto le feste mi dimentico dei miei limiti e poi succede un patatrac, e le corse al bagno non sempre si possono fare... 9 volte su 10 è così... stressante! Però intendiamoci la rosticciana la mangio volentieri; la bistecca un po' meno, per la tagliata vado matta, ma tutto in modiche quantità.


Strettamente legata a quanto sopra c'è la questione intolleranze: già non sono una buona forchetta, se poi mi viene pure impedito di mangiar quel che mi piace è la volta buona che mando tutto l'apparato culinario a quel paese. Tiravo giù litri e litri di latte freddo e caldo, spalmavo Philadelphia e stracchino su pane e crackers, adoravo il parmigiano e il mascarpone (perché comunque qualcosa che mi piace c'è), fino a che un bel giorno mi è stato dato uno stop di tre mesi, che poi son diventati sei, poi nove, poi dodici e alla fine mi è stato detto: “Se non li mangi più forse è meglio, soprattutto per il tuo stomaco e per i tuoi reni”. E ancora, a distanza di 4 anni da questa scoperta, con il parmigiano ogni tanto la tento... peccato che dopo 30 secondi le labbra mi si riempiano di bollicine scottanti se non è troppo stagionato.

E la “magica” sensazione di soffocare mangiando gamberi e gamberetti? Oppure la classica odiosa domanda: “Sara, ma hai mangiato? Certo che mangi proprio poco... Su, devi mangiare di più!”
C'è qualcuno che mi capisce quando dico che a uno che del cibo non gliene frega un granché, una frase del genere può solo produrre l'effetto contrario a quello sperato? E che cosa dire di mia nonna paterna che con tutto il suo disappunto possibile - pace all'anima sua - già ai tempi della scuola media inferiore, quando mi vedeva mangiare in dieci minuti (poi avevo da studiare io, non perché volessi, ma perché dovevo) mi diceva: “La forca, domani ti ci metto la forca!”? Per non parlare di chi mi ha voluto far amare la cucina tutta ripassata nel burro o nella panna (eliminata anch'essa insieme agli altri latticini) e manco si accorgeva che dopo pranzo di nascosto ci davo di Levobren per evitare il voltastomaco!

E poi odio la cucina come stanza... ma risiamo lì, la odio perché sono cresciuta in una famiglia in cui tutte (dalla mia bisnonna a mia nonna a mia madre e purtroppo anche mia sorella, che, sebbene più piccola di me, soffre già di questa terribile patologia) devono far vedere quanto siano splendide cucinando alla perfezione, rigovernando alla perfezione, senza una gocciolina di bagnato sull'acquaio né un bicchiere fuori posto, né un piatto non lavato dopo massimo un'ora che l'hai utilizzato. Come se la cucina fosse lo specchio dell'anima. Se solo provi ad aiutarle ti guardano con un'aria di superiorità che dice: “Poveraccia, non l'hai mai fatto, proprio ora, a 30 anni, vuoi cominciare?”. Al tempo stesso però le senti entrambe lamentarsi quando una mano in cucina non gliela dai.


E mi monta il nervoso quando la sera dopo cena io mi sto bevendo con calma (perché poi negli anni, almeno la sera, ho cercato di ricordarmelo il monito di mia nonna) il mio orzo e mia sorella già spazza, mia madre sparecchia e comincia a lavare i piatti, come se non ci fosse un minuto da perdere e ti guardano con quell'aria un po' incazzosa perché tu non sei mai lenta, ma in quel momento lo vuoi essere apposta. Ecco, non posso gustarmi neanche un orzo con la scorza di limone e una bustina di fruttosio (lo zucchero me l'hanno tolto insieme ai latticini) in santa pace.


Quando ho cominciato a fare i blog tour per Trippando e vedevo che la parte food era importante ho cercato di adattarmi e di sforzarmi, ma di fronte il fritto misto alla piemontese, lo scorso agosto a Pont Canavese ho dovuto chiedere pietà!

Ecco perché io le food blogger le stimo, ma non le potrò mai comprendere fino in fondo.

“Dovresti imparare a apprezzare i piaceri della cucina” mi ha detto poco fa un'amica al telefono mentre le raccontavo della stesura di questo post. Ma come fai ad apprezzare qualcosa che ti crea disagio? E lo dico in senso ironico, non drammatico.

Mi inquietano tutti quegli aforismi che fanno di chi non ama la cucina un poco di buono, uno che non sa amare neanche il prossimo. E ancora di più mi inquieta la circolazione strumentale che se ne fa su Facebook. Che legame ci può essere tra le due cose? E perdonatemi, care food bloggers, se non metterò, mai un “mi piace” ai cibi che fotografate e ripassate su Instagram, ma proprio il cervello non mi ci arriva...

E adesso mi arrendo e chiudo qui questo soliloquio perché tanto non sarò mai una food blogger né, tanto meno, una brava massaia.

Sara Missorini

Post popolari in questo blog

Auguri da viaggiatore a viaggiatori

Dite tutti "Cheeeeeseeeee"!

Franklin '33. A Lucca si beve - Parte prima